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Almost Human

Le ferite di Genova

Mancava poco a mezzanotte quando il primo poliziotto colpì Mark Covell con una manganellata sulla spalla sinistra. Covell cercò di urlare in italiano che era un giornalista, ma in pochi secondi si trovò circondato dagli agenti in tenuta antisommossa che lo tempestarono di colpi. Per un po’ riuscì a restare in piedi, poi una bastonata sulle ginocchia lo fece crollare sul selciato.

Mentre giaceva con la faccia a terra nel buio, contuso e spaventato, si rese conto che i poliziotti si stavano radunando per attaccare l’edificio della scuola Diaz, dove 93 ragazzi si erano sistemati per passare la notte. Mark sperò che rompessero subito la catena del cancello, così forse l’avrebbero lasciato in pace. Avrebbe potuto alzarsi e raggiungere la redazione di Indymedia dall’altra parte della strada, dove aveva passato gli ultimi tre giorni scrivendo articoli sul G8 e sulle violenze della polizia.

Proprio in quel momento un agente gli saltò addosso e gli diede un calcio al petto con tanta violenza da incurvargli tutta la parte sinistra della gabbia toracica, rompendogli una mezza dozzina di costole. Le schegge gli lacerarono la pleura del polmone sinistro. Covell, che è alto 1,73 e pesa meno di 51 chili, venne scaraventato sulla strada. Sentì ridere un agente e pensò che non ne sarebbe uscito vivo.

Mentre la squadra antisommossa cercava di forzare il cancello, per ingannare il tempo alcuni agenti cominciarono a colpire Covell come se fosse un pallone. La nuova scarica di calci gli ruppe la mano sinistra e gli danneggiò la spina dorsale. Alle sue spalle, Covell sentì un agente che urlava “Basta! Basta!” e poi il suo corpo che veniva trascinato via.

Intanto un blindato della polizia aveva sfondato il cancello della scuola e 150 poliziotti avevano fatto irruzione nell’edificio con caschi, manganelli e scudi. Due poliziotti si fermarono accanto a Covell, uno lo colpì alla testa con il manganello e il secondo lo prese a calci sulla bocca, spaccandogli una dozzina di denti. Covell svenne.

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Al di qua e al di la’ dalle vetrine

Tutte le vetrine del mondo oggi tirano un sospiro di sollievo. E’ arrivata quasi al termine una vicenda triste e dolorosa. Nel 2001 il rapporto che lega l’uomo contemporaneo alla vetrina aveva subito un pesante affronto. In quel luglio l’offesa era stata lavata nel sangue, come si conviene per le questioni d’onore. Non si deve infatti considerare la vetrina semplice manufatto, essa ha un suo valore intrinseco in cio’ che separa. C’e’ un di qua dalla vetrina e un al di la’ dalla medesima. L’al di la’ come sempre e’ cio’ che conta. L’uomo non e’ fatto per la futilita’ di questo luogo dove i corpi se spinti cadono e sanguinano e le voci urlano e gli occhi piangono.  L’uomo conosce realizzazione e felicita’ solo nell’al di la’ dalla vetrina.

In un’estate calda molte molte persone che pensavamo invece si potesse costruire la propria felicita’ nell’al di qua si riunirono. Nel caldo caldo del luglio essi provarono a dire che al di la’ della vetrina si cela il motivo di tanta sofferenza umana e di mille ingiuste ingiustizie.

La falsita’ di questi pensieri e’ chiara e evidente a tutti, ed anzi era parecchio che nell’al di la’ si attendeva un’occasione per la resa dei conti.

Nel nebbioso luglio s’imparti’ una severa, ma necessaria lezione. Qualcuno mori’, qualcuno si fece male nel corpo e nell’anima, ma fu tracciata con chiarezza la via. Si ribadi’ con forza un concetto importante: al di la’ c’e’ cio’ che conta, cio’ per cui vivere, sacrificarsi, soffrire. Al di la’, non al di qua.

Fu ristabilito l’unico e naturale equilibrio e a distanza di dieci anni possiamo permetterci di cristallizzare la storia con editti regi che sanciscano la vera verita’. I difensori dell’al di la’ tutto, vetrine comprese, siano lodati nei secoli dei secoli. Ma coloro che in fin del nostro bene hanno ecceduto siano blandamente puniti. Infatti fesso e’ colui che esagera lasciando prove evidenti del proprio misfatto, e mettendoci in imbarazzo. Apprezzabile invece chi sapientemente  di sabbia popola il deserto.

Per gli umani che pretendevano il riscatto dell’al di qua invece nessuna pieta’ vi fu allora, nessuna pieta’ vi sia adesso, ne’ mai. E se un giorno il mondo al di la’ delle vetrine implodera’  travolto dai cavalieri dell’apocalisse finanziaria. Neppure allora vi sia pieta’ per costoro, e che salde rimangano le vetrine, ognuno al proprio posto. Difenderemo il castello di vetro con l’olio bollente, fino all’ultimo guardiano, fino all’ultima divinita’.

Cosi’ parlarono gli dei al di la’ delle vetrine che scricchiolano. Noi al di qua delle vetrine sentiamo i rumori e li guardiamo agitarsi e annaspannare, grandi e grossi pesci rossi nell’acquario che si sono costruiti. Per nulla rassegnati o pronti ad ammettere che il loro mondo non sta in piedi. Hanno le idee chiare sul nostro futuro, noi molto meno. Lentamente impariamo dall’esperienza, e questo processo non e’ mai indolore. Spesso siamo costretti ad apprendere sulla pelle dei nostri compagni, mentre ci vediamo sottrarre gli amici. Funziona cosi’ nell’al di qua. La costruzione di una memoria collettiva che dia forza alle nostre idee e’ un processo lungo nel quale dobbiamo incamerare e far tesoro di tutto, felicita’ e  sofferenza.



A caldo: che cos’è questo golpe?

Intanto, non è un golpe. Non c’è bisogno di un golpe.
In Europa, il golpe è démodé da almeno quarant’anni. E’ assodato che si possono ottenere gli stessi risultati con più discrezione e gradualità. Il che non vuol dire con meno violenza: è solo un altro uso della violenza, più dosato, capillare, diversificato.
In questo momento, come altre volte è successo, diversi poteri costituiti comunicano tra loro in un linguaggio allusivo e cifrato, linguaggio fatto di attentati, provocazioni, bombe che uccidono nel mucchio, pacchi-bomba e bombe-pacco, sigle multi-uso in calce a volantini di rivendicazione bizzarri e pieni di errori marchiani.
Cosa esattamente si stiano dicendo questi poteri costituiti, questi settori di capitalismo italiano e internazionale, forse non lo sanno nemmeno loro. Appunto, è un linguaggio allusivo, tipicamente mafioso, e nemmeno loro ne colgono tutte le sfumature.
Sulla sostanza, però, sul nucleo di senso di questi messaggi, in diversi cominciamo ad avere sospetti. Si parla già, benché ancora timidamente, di una nuova “strategia della tensione”, un nuovo “stabilizzare destabilizzando”.
E chissà se è una semplice coincidenza che negli ultimi tempi si sia ricominciato a depistare sulla strategia della tensione degli anni ’60-’70: Piazza Fontana fu un po’ colpa anche degli anarchici etc.

Il fine diretto o indiretto di ogni atto della strategia della tensione è criminalizzare i movimenti, o comunque ostacolarne le lotte, renderne più difficile lo sviluppo. Una società civile ansiosa e impaurita, nonché mobilitata sulla base della paura, è una società che tira la carretta a capo chino, più disposta a delegare scelte cruciali, più disposta ad accettare politiche che si annuncino ansiolitiche e senz’altro meno disposta a recepire le istanze dei movimenti. Movimenti che il potere addita all’opinione pubblica come piantagrane contrari al blocco d’ordine, pardon, alla “concordia nazionale”.

Per ottenere questo scopo, non è necessario che tutti gli attentati e scoppi di violenza siano attribuiti ai movimenti, agli anarchici, agli estremisti, ai “rossi” e via elencando. In passato, ha funzionato molto bene la cornice concettuale degli “opposti estremismi”: quello rosso e quello nero. E per passare su ogni differenza e contraddizione col caterpillar della “concordia nazionale”, va bene più o meno qualunque matrice o attribuzione.

La “strategia della tensione” è sempre una strategia di controrivoluzione preventiva.
Perché si renda necessaria una controrivoluzione, non è necessario che il pericolo immediato da scongiurare sia una rivoluzione. In Italia, è palese, non stiamo per fare la rivoluzione.
Perché si renda necessaria una controrivoluzione, è sufficiente il timore da parte dei padroni che una crisi di sistema possa avere uno sbocco nella direzione “sbagliata”. E per comprendere di quale direzione possa trattarsi, forse dovremmo distogliere lo sguardo dal nostro ombelico e guardare all’Europa

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L'avanzata del free software "Non rinunciate al controllo"

QUANDO ha iniziato a “smanettare” con l’open source, Stefano Zacchiroli era poco più di un ragazzino. A quei tempi, studente di Informatica all’Università di Bologna, non avrebbe mai immaginato che nell’arco di una decina d’anni sarebbe diventato il leader di Debian, uno dei più importanti progetti per la distribuzione del software libero. Un’istituzione, per chi conosce almeno i fondamentali dell’universo open source. Oggi Zacchiroli vive a Parigi, dove oltre a dirigere la vivacissima comunità di programmatori insegna Informatica all’Università Paris Diderot. Repubblica.it lo ha raggiunto per farsi raccontare il presente del software libero e provare a immaginarne il futuro. Un futuro in cui  -  avverte Zacchiroli  -  gli utenti dovranno sviluppare un maggiore senso critico, se non vogliono correre il rischio di rinunciare ogni giorno a un po’ della loro libertà.

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AGRICOLTURA [di John Zerzan tratto da Terra Selvaggia #5 (aprile 2001)]

L’agricoltura, fondamento indispensabile della civilizzazione, fa la sua comparsa originaria una volta emersi tempo, linguaggio, numero e arte. Alienazione che si materializza, l’agricoltura è il trionfo del distacco e della definitiva separazione tra cultura, natura ed esseri umani.

L’agricoltura è la nascita della produzione, nella sua caratteristica essenziale di deformazione della vita e della coscienza. La terra stessa diventa lo strumento di produzione e le specie viventi del pianeta i suoi oggetti. Selvatiche o addomesticate, erbacce o colture esprimono quella dualità che storpia l’anima del nostro essere, introducendo, relativamente in fretta, il dispotismo, la guerra e l’impoverimento della civiltà avanzata su quell’unione con la natura che caratterizzò l’era precedente. La marcia forzata della civilizzazione, che Adorno riconobbe nella “ipotesi di una catastrofe irrazionale all’inizio della storia”, che Freud considerò come “qualcosa di imposto a una maggioranza renitente”, in cui Stanley Diamond ritrovò soltanto “coscritti, non volontari”, fu dettata dall’agricoltura. Mircea Eliade valutò giustamente che il suo avvento “provocò sconvolgimenti e collassi spirituali” di cui la mentalità moderna non può neanche immaginare la portata.

"Livellare, standardizzare il paesaggio umano, cancellarne le irregolarità e bandire le sue sorprese", queste parole di E.M. Cioran si applicano perfettamente alla logica dell’agricoltura, incarnazione e generatrice di un’esistenza divisa, termine della vita come attività principalmente sensuale. Fin dal suo inizio l’artificialità e il lavoro sono aumentati costantemente e li conosciamo come cultura: addomesticando piante e animali l’uomo necessariamente addomesticò sé stesso.

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L'imminente guerra contro il computer generico: lezione magistrale di Cory Doctorow

Di recente Cory Doctorow (blogger, giornalista e autore di fantascienza) ha tenuto al Chaos Computer Congress di Berlino una lezione di eloquenza straordinaria che riassume magnificamente le preoccupazioni di molti informatici: il computer generico, il PC che esegue qualunque programma, fonte di enorme ricchezza ed emancipazione culturale per tre decenni, è sotto attacco perché è sfuggito di mano.

Non è controllabile da aziende e governi. Ci si può far girare un programma piratato o vedere un film a scrocco. Ci si può installare un programma di crittografia che rende impossibile intercettare le comunicazioni, con grande gioia di terroristi e dissidenti. Lo si può usare per far circolare idee senza che i governi, le religioni o le aziende possano filtrarle, edulcorarle, censurarle. Rende troppo potenti i cittadini e i consumatori. Il PC è quindi un mostro sovversivo e come tale va estirpato.

Come? Non certo facendo retate e irruzioni nelle case, ma sostituendolo dolcemente con oggetti dedicati e lucchettati che l’utente vuole comperare al posto del computer. Invece del PC, oggi vengono offerti dalle aziende (spesso sottocosto, per penetrare il mercato o come canale per vendere altri oggetti) lettori portatili, console di gioco, lettori home theater, tablet, lettori di e-book le cui architetture non-PC permettono il controllo. Su questi oggetti, almeno secondo le intenzioni dei produttori, gira solo il software benedetto dallo Steve Jobs, Bill Gates/Steve Ballmer o Kim Jong Un di turno. O dall’inserzionista pubblicitario di turno.

E tutto questo, ci viene detto, è per il nostro bene. Per permetterci di consumare in modo sicuro e per tutelare i diritti degli editori – pardon, degli autori. Pazienza se questo permette ad Amazon di entrare in casa nostra e togliere dalla nostra biblioteca digitale un libro a suo piacimento. Pazienza se questo significa proporre bootloader come U-EFI che non permettono di caricare sistemi operativi non approvati e controllabili (adieu, Linux). Pazienza se questo vuol dire che diventa illegale discutere di tecnologia o scrivere certi numeri (o certi altri) perché facilitano la pirateria audiovisiva.

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Scroogled

Google controlla le vostre mail, i vostri video, il vostro calendario, le vostre ricerche… E se controllasse la vostra vita?
di Cory Doctorow

 

Datemi due righe scritte dall’uomo più onesto, e io vi troverò di che impiccarlo.
Cardinale Richelieu

Su di voi non sappiamo abbastanza.
Eric Schmidt, CEO di Google

Greg
atterrò all’aeroporto internazionale di San Francisco alle otto di
sera, ma quando finalmente giunse in cima alla coda alla dogana era
passata mezzanotte. Era spuntato fuori dalla prima classe con la pelle
color nocciola, la barba di due giorni e i muscoli rilassati di un mese
di spiaggia a Cabo (passato a fare immersioni tre volte a settimana e a
girare attorno alle studentesse francesi il resto del tempo). Quando era
partito dalla città un mese prima era un rottame, con le spalle
cascanti e la pancia prominente. Adesso era un dio abbronzato e
attirava gli sguardi ammirati delle hostess in fondo alla cabina.

Quattro
ore di fila alla dogana dopo si era lentamente ritrasformato da dio in
uomo. Il lieve stato di euforia si era esaurito, il sudore gli colava
giù per il culo e le spalle e il collo erano tanto tesi che al posto
della schiena gli pareva di avere una racchetta da tennis. Le batterie
dell’iPod erano morte da un pezzo e a lui non era rimasto altro da fare
che mettersi a origliare i discorsi della coppia di mezz’età davanti a
lui.

– Le meraviglie della tecnologia moderna, – disse la donna indicando con la spalla un cartello lì vicino: Immigration – Powered by Google.


Mi pareva che non dovessero iniziare prima del mese prossimo –. L’uomo
si passava di continuo un sombrero dalla testa alle mani.

Google
alla frontiera. Cristo santo. Greg era andato via da Google sei mesi
prima, liquidando le sue azioni per prendersi “un po’ di tempo per me”,
tempo che alla fine si rivelò meno appagante di quanto si fosse
aspettato. Nei cinque mesi che seguirono non fece quasi altro che
riparare i PC degli amici, guardare la TV tutto il giorno e mettere su
cinque chili, che si spiegò con il fatto che era restato a
casa invece di andare al Googleplex, con la sua palestra ben
equipaggiata e aperta ventiquattr’ore su ventiquattro.

Certo:
doveva immaginarselo. Il governo USA aveva sperperato quindici miliardi
di dollari in un programma di raccolta delle impronte digitali e delle
fotografie di chiunque passasse dalla frontiera e non aveva preso
neanche un terrorista. Era chiaro che il settore pubblico non era attrezzato per Effettuare Ricerche Appropriate.

L’agente
del dipartimento di sicurezza aveva le borse sotto gli occhi e lanciava
occhiate al suo monitor, picchiettando sulla tastiera con dita come
salsicciotti. Non stupiva che ci volessero quattro ore per uscire da
quel dannato aeroporto.

– ’sera, – disse Greg consegnando all’uomo il suo passaporto sudaticcio. L’agente grugnì
e glielo strappò di mano, poi si mise a fissare lo schermo battendo sui
tasti. Un sacco. Aveva un pezzetto di cibo seccato all’angolo della
bocca e la sua lingua spuntò fuori e lo leccò.

– Vogliamo parlare del giugno 1998? –

Greg distolse lo sguardo dal cartello Partenze. – Scusi? –

– Il 17 giugno 1998 ha pubblicato un messaggio su alt.burningman riguardo alla sua intenzione di partecipare a un festival. Ha chiesto: “Ma i funghetti sono proprio un’idea tanto malvagia?” –

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La dipendenza dal Web? Modifica il cervello

Non solo estranea dalla vita sociale, si ripercuote negativamente sulle performance lavorative e di studio, ma modifica anche il cervello. Letteralmente: l’ uso patologico di Internet (Iad, dall’inglese Internet Addiction Disorder, l’impossibilità di staccarsi dal Web senza avvertire ansia da astinenza) altera l’integrità della sostanza bianca (fibre nervose ricoperte di mielina), e questo a sua volta determinerebbe dei disturbi nel comportamento. A dirlo è un gruppo di ricercatori guidati da Hao Lei della Chinese Academy of Sciences di Wuhan, che mostrano i risultati della loro ricerca condotta su un gruppo di adolescenti con la dipendenza dal Web su Plos One.

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Quando la pirateria fa bene

Il grande sciopero di Internet contro i due progetti di legge Usa contro la pirateria, Sopa e Pipa ( qui per saperne di più) è servito allo scopo e i timori di rendere la Rete meno libera sono per il momento accantonati (anche se in Italia corriamo ancora qualche rischio), visto che anche i promotori si sono tirati indietro e hanno lanciato in un limbo legislativo le proprie proposte. Al feroce dibattito sui diritti d’autore e il Web si è aggiunta la chiusura forzata di Megavideo e Megaupload della scorsa settimana. E la domanda resta la stessa: è vero che la pirateria digitale sta mettendo in ginocchio l’industria dell’intrattenimento? Le motivazioni che spingono le grandi major a battersi fino all’ultimo sangue contro i download illegali le conosciamo tutti. Chi scarica un contenuto gratis ovviamente non lo acquista, e causa perciò un danno economico a chi produce e distribuisce dvd, album e libri.

A un’analisi più attenta, però, il fenomeno della pirateria potrebbe apparire molto meno grave di quanto non lo dipingano i politici e le multinazionali. Come fa notare Wired.com, i download illegali non hanno intaccato la produzione di film e musica negli States che, invece, ha raggiunto record storici negli ultimi anni. Inoltre, non ci sono prove concrete sul fatto che i contenuti pirata causino danni ingenti all’economia. La realtà è che i file scaricati liberamente in Rete potrebbero aiutare gli artisti a farsi conoscere dal pubblico e a innescare un circuito virtuoso in cui il denaro risparmiato sull’acquisto di un cd può essere speso altrove. In sintesi, al mercato non interessa dove tu spenda i tuoi soldi.

Infatti, come spiega New Scientist, l’equazione “ download illegale uguale calo delle vendite” non sta affatto in piedi. Le grandi multinazionali danno per scontato che se la pirateria online venisse azzerata, tutti gli utenti della Rete si riverserebbero nei negozi a comprare i prodotti originali. Niente di più sbagliato: chi non può scaricare un film gratis – o pagarlo un prezzo che considera abbordabile – abbandonerà l’idea di averlo in dvd. Per le major, quindi, la vera perdita economica consiste nel fatto di non saper sfruttare bene la domanda di mercato.

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Foxconn, 300 sul tetto che scotta

Secondo un sito cinese anti-governativo, centinaia di lavoratori della Foxconn avrebbero occupato il tetto della fabbrica di Wuhan dell’azienda, minacciando di buttarsi di sotto se le promesse di un aumento salariare non fossero state mantenute.

È da tempo ormai che all’interno delle fabbriche vi è fermento: sulle condizioni di lavoro vige la segretezza ma a tale proposito giungono voci inquietanti, da aggiungere alla (scarsa) normativa in materia della Cina, all’assenza di sindacati e agli eclatanti casi di suicidi che hanno costretto Foxconn a montare delle reti di salvataggio fuori dalle finestre dei suoi edifici.

L’azienda che è diventata sinonimo dei mali di una delocalizzazione selvaggia e dello sfruttamento intensivo del lavoro dei dipendenti di paesi come la Cina, ha così visto crearsi al suo interno un fronte comune di lavoratori, addensatosi con le proteste per la decisione del management di spostare la produzione in altre zone della Cina o in altri paesi e spinto dalla volontà di ottenere un aumento di stipendio (teoricamente già promesso dalla dirigenza) e condizioni di lavoro migliori.La protesta sarebbe sfociata, nella fabbrica di Wuhan, nell’occupazione del tetto dell’edificio lo scorso 2 gennaio e nella minaccia di lanciarsi di sotto espressa da un numero di lavoratori compreso tra 100 e 300, a seconda delle fonti che raccontano la notizia.

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